martedì 26 aprile 2011

L'orologio fa drin



Eccomi qua! Sono riuscita a saltare a piè pari tutta il mese di marzo e, se mi ci mettevo d'impegno, pure quello di aprile. Avete passato una buona Pasqua? Non credo di avere ragioni plausibili per il mancato aggiornamento del blog, tipo che mi hanno rapito gli alieni e adesso mi stanno studiando gli scienziati della Nasa. Semplicemente ho fatto altro e ho relegato in secondo piano la mia creatura.
Oggi vorrei parlare della precarietà e della maternità, che fanno rima e non solo da un punto di vista puramente grafico e di pronuncia. Per lavoro ho svolto un'inchiesta sulle mamme nel sud Milano. in sostanza la domanda che stava alla base era: quali sono le difficoltà che incontra oggi una giovane precaria tipo me nell'avere un figlio? La risposta è enne. Enne che sta per innumerevoli, talmente tante che una i figli o li fa che è più vicina a farsi chiamare nonna oppure non li fa proprio. Poi c'è una percentuale di donne coraggiose, incoscienti direbbe mia madre, che decide di affrontare l'avventura della maternità senza avere la ben che minima sicurezza lavorativa, affettiva, e, ovviamente, economica. Io sono in quella fase della vita in cui mi sentirei alla coraggiosa ricerca di un bambino. Mi sono ritrovata  persino ad avere la voglia di cucire a punto croce, io che manco so rammendarmi un calzino. Sento di trovarmi in uno stato di grazia e di felicità mai avuto e penso che anche per me sia incominciato a suonare il cosiddetto orologio biologico, sebbene non abbia fatto driiiiiin. Allora ho provato a condividere la cosa con mia madre, la quale ovviamente mi ha risposto:

-Eh, ma per quello manca ancora un sacco di tempo! (sottotitolo: prima devi trovarti un lavoro fisso, guadagnare abbastanza tutti i mesi, mettere via un po' di soldi e solo allora, quando agli asini crescerà la barba, tu potrai prendere in considerazione la cosa).

Magari ha ragione lei. Però gli asini con la barba da qualche parte ci sono già, forse.

2 commenti:

Erica ha detto...

Ciao Vale! Ho letto alcuni dei tuoi post e mi sembra di sentire la mia, di madre. O mia suocera. Ho trentun anni, sono laureata in traduzione e lavoro principalmente da casa (anche se mi sono data all'insegnamento precario part-time pur di accontentare un po' di parentado). Non hai idea di quante volte abbia sentito la parola "pensione" abbinata a me e ai visi sconsolati dei miei familiari. Resisti. Hai tutta la mia solidarietà.

valec ha detto...

Ciao Erica! grazie per la bella risposta! Effettivamente, non è facile per noi freelance essere considerate delle lavoratrici! Però io non mi arrendo: forse non sarò la figlia in carriera che i miei genitori avevano sognato per me, ma almeno sarò una persona serena. E questo mi sembra già una conquista.

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